Un bambino troppo sensibile

Francesca è una bambina molto sensibile, riconosce tutto quello che succede intorno a lei e ne soffre. Sarebbe meglio se fosse più indifferente, ma purtroppo niente le scivola addosso.       (la mamma)

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Ci sono bambini particolarmente sensibili. Riescono a cogliere tutto quello che accade intorno a loro, percepiscono le emozioni degli altri, si preoccupano e spesso cercano di fare qualcosa perché le persone stiano bene.

A volte gli adulti considerano questo come un problema, temono che questi bambini siano destinati a soffrire. Vorrebbero che le cose scivolassero loro addosso, che non se la prendessero sempre per tutto, che non fossero costantemente preoccupati per gli altri.

Questi bambini, quando si muovono nel mondo, in casa e a scuola, con amici e conoscenti o semplici passanti, osservano la realtà indossando gli occhiali speciali dell’empatia e, con estrema naturalezza, riescono a mettersi nei panni degli altri riconoscendone pensieri ed emozioni. Sono bambini dotati di una speciale forma d’intelligenza, che Oward Gardner ha definito intelligenza interpersonale, intelligenza indispensabile in tutte quelle professioni che richiedono capacità comunicative e attenzione per l’altro.

La parola troppo in questo caso non ha molto senso. Direste che un bambino è troppo veloce nel calcolo e nella risoluzione di problemi? O che una bambina è troppo capace nell’esprimersi con un linguaggio complesso e articolato, o che un bambino suona il violino troppo bene? Allora non usiamo la parola troppo per il bambino sensibile.

E’ certo che questi bambini possono trovarsi in difficoltà nella gestione di tante informazioni emotive. Non sempre riescono a mantenere le distanze e così finiscono col prendersi cura degli altri tralasciando i propri bisogni e il proprio benessere. Sono, ad esempio, i bambini che per tutti e cinque gli anni delle elementari si occupano del disabile presente in classe, e lo fanno così bene da essere relegati a quel ruolo anche dagli adulti, perdendo così altre esperienze cui avrebbero diritto. Sono i ragazzi che corrono dall’amica quando disperata li chiama, che raccolgono confidenze e segreti importanti, che soffrono a tal punto da rischiare di essere annientati da tanto dolore. Sono quegli adulti che ci sono sempre ed ovunque per tutti e che arrivano a fine giornata ricordando, solo in quel momento, di esistere, ma  senza avere più energie per occuparsi di se stessi.

Che fare? Come tutte le forme d’intelligenza, anche la capacità di empatia ha bisogno di essere educata e coltivata. Il bambino deve imparare a dare il giusto valore ai bisogni degli altri senza trascurare il suo benessere, deve riconoscere quando dire no a richieste eccessive, deve saper chiedere aiuto quando il carico emotivo è troppo grande, deve imparare a tollerare la frustrazione degli altri, necessaria per crescere,  rinunciando a risolvere lui tutti i problemi.

E dove imparare tutto questo se non a scuola? La scuola dovrebbe occuparsi di tutti questi aspetti, dovrebbe offrire ai bambini esperienze per imparare a comprendere e rispettare l’altro ma anche se stessi, insegnare che aiutare significa anche chiedere all’altro di sforzarsi a superare limiti e difficoltà, imparare a non  correre in soccorso sempre e comunque. Nelle nostre scuole si fanno diversi progetti di educazione emotiva, ma ancora non basta. Ci vuole un allenamento continuo per aiutare i bambini sensibili a non essere sopraffatti e i bambini meno capaci di empatia a riconoscere i bisogni degli altri. Questi sono strumenti fondamentali per la vita, tanto quanto saper leggere e fare di conto.

Un bambino troppo sensibile

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