Lasciamo che i bambini imparino giocando

“Il tempo è un gioco, giocato splendidamente dai bambini”. (Eraclito)

Gioco

Daniel Pennac, scrittore e insegnante, nel suo magnifico libro, diario di scuola, così racconta i suoi primi anni di scuola:

“Insomma andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei maestri. Quando non ero l’ultimo della classe ero il penultimo. (Evviva!)

Refrattario dapprima all’aritmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non fatti), portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo sport, né peraltro da alcuna attività parascolastica. –Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?- Non capivo”.

(Daniel Pennac, Diario di scuola, 2008 Feltrinelli)

Quando ho letto questa pagina, ho immediatamente riconosciuto tanti bambini e ragazzi che ho incontrato in questi anni, tante storie tutte simili nella narrazione e nel dolore, occhi smarriti perché non capivano come mai la scuola, a volte, fosse così incomprensibile. La percezione di sé era negativa, pensavano di essere meno intelligenti e si vergognavano.

Fortunatamente negli ultimi anni la consapevolezza degli insegnanti e delle famiglie è aumentata e sempre più spesso i genitori si rivolgono allo specialista per una valutazione. La diagnosi di DSA (disturbo specifico dell’apprendimento) dà la possibilità al bambino di usufruire di una serie di strumenti che vanno a compensare quelle difficoltà di cui parla Pennac: calcolatrice, formulari, cartine geografiche, mappe, traduttore, tutti strumenti che consentono il raggiungimento degli stessi obiettivi degli altri, anche se con più fatica.

Nella mia esperienza professionale il momento più bello è quando il bambino, che ascolta i risultati dei test, comprende di non essere malato, può dare un nome alle sue difficoltà: “sono dislessico” e soprattutto scopre che ci sono degli strumenti che possono aiutarlo.

L’uso di strumenti non toglie valore a quello che realizziamo. Daniel Pennac ha da sempre scritto usando il vocabolario perché sbaglia l’ortografia, ma questo non rende i suoi libri meno belli.

E tutti noi, non usiamo strumenti per affrontare la vita quotidiana? Indossiamo occhiali per vedere meglio, stampelle per sostenerci, assumiamo farmaci per far funzionare meglio il nostro organismo, guidiamo con l’aiuto del navigatore satellitare, ci facciamo accompagnare quando dobbiamo affrontare situazioni che ci preoccupano…Quello che conta è l’obiettivo, non gli strumenti che utilizzo per raggiungerlo.

Su questo la scuola fa ancora un po’ di confusione. A volte sembra che la cosa più importante sia stabilire chi ha bisogno degli strumenti e chi no e che la valutazione dello specialista sia necessaria per dirimere la questione. Eppure gli insegnanti hanno tanta esperienza, hanno visto tanti bambini, dovrebbero sapere quando un bambino non ce la fa e ha bisogno d’aiuto… dovrebbero semplicemente aiutarlo.

Immagino una scuola in cui ogni bambino sia libero di provare, sperimentare, trovare gli strumenti che lo aiutino ad imparare meglio. Immagino insegnanti attenti e disponibili ad affiancare i bambini in queste loro sperimentazioni. Immagino una scuola divertente perché il divertimento è l’unico vero prerequisito per imparare.

Lasciamo che i bambini imparino giocando

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